Darsi il permesso di sorridere

Scritto da il 16 Giugno 2018

Le persone che nutrono un’avversione irrazionale verso la felicità soffrono di una malattia chiamata “cherofobia”, dal greco “chairo” che significa “mi rallegro”. Vuol dire, in pratica, che hanno paura di partecipare a qualsiasi cosa che sia divertente.
Non è l’attività in sé che spaventa, è la paura che, se ci si lascia andare e si è felici e spensierati, poi succeda qualcosa di tremendo.
Di questi tempi, si parla così tanto della ricerca della felicità da far sembrare strano che qualcuno tema quest’emozione positiva, ma se la cosa è dovuta ad un legame infantile tra felicità e punizione, allora potrebbe essere più diffusa di quanto noi crediamo.
Ad esempio, potrebbe scaturire dalla paura di un conflitto con una persona amata, o una brutta esperienza associata a un determinato avvenimento. Se siete abituati che qualcosa di brutto capita immediatamente dopo un avvenimento felice, allora potreste opporvi a ripetere la cosa.
Se siete contrari al piacere, potrebbe essere perché a un certo punto, ira, punizione, umiliazione o furto – qualcosa che vi siete guadagnati e che vi hanno sottratto — ha soppresso la vostra gioia. Adesso avete paura di provare questa sensazione temendo che possa provocare delusione e crudeltà.
La paura della felicità non significa per forza che qualcuno viva costantemente nella tristezza. Anche cose quali la celebrazione dell’aggiudicazione di una campagna pubblicitaria, o portare a compimento un incarico difficile o assicurarsi un cliente possono provocare a disagio.
Cosa è fondamentale fare:
– ascoltare le proprie emozioni nel corpo senza giudicarle
– localizzarle nel corpo
– attivare un percorso temporanea con uno specialista che aiuti la persona ad avere più chiarezza dei propri imprinting per non ripetere i copioni ricorsivi e drammatici
– scriversi in un diario come ci sentiamo per nutrire un forte lavoro di empatia autodiretta
– darsi il permesso di vivere il proprio stato emotivo senza giudicarlo o ancora peggio negarlo, sta alla base del superamento di un trauma, che se non chiude il suo ciclo rimane intrappolato nel corpo.


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