L’arte del feedback

Scritto da il 20 Novembre 2017

Lasciar correre alle volte permette di vivere con maggior leggerezza, altre volte significa legittimare i comportamenti dell’altro.

È come se fosse davanti a me uno dei più grandi atleti che abbia mai incontrato. Soffre perché non riesce a dire al suo allenatore cosa lo fa soffrire.

Non dice al suo coach che vorrebbe giocare di più perché ormai sente di essersi totalmente ripreso dal brutto infortunio che lo ha tenuto fermo per quasi 6 mesi. Non crede di essere ascoltato, ma forse il primo a non ascoltarsi è proprio lui.

L’allenatore si ostina a lasciarlo a riposo per proteggerlo, ma intanto i suoi minuti in campo assomigliano ad un contagocce, nonostante lo straordinario rendimento in allenamento che non dovrebbe lasciare alcun dubbio rispetto alla tenuta fisica.

Non dicendo nulla l’atleta legittima i comportamenti del proprio allenatore e intanto il tempo passa.

Il ragazzo cova rabbia, che si esprime nel suo corpo con un meccanismo evidente di conversione fisica: la gastrite e il colon irritabile/spastico danno dei feedback chiari.

Va a farsi vedere da un medico che gli propone farmaci che purtroppo curano più il sintomo che andare alla radice.

La vera cura si chiama feedback.

Prepariamo assieme il riscontro da dare all’allenatore: lui suda, piange, si contrae durante le prove.

Si ricorda di tutta la fatica che ha fatto nella vita a farsi rispettare: si ricorda di quando suo padre mancava di rispetto a sua madre ma lui non trovava il coraggio per dirglielo perché aveva paura di essere picchiato.

Ad un certo punto il suo sguardo cambia, stringe il pugno sinistro e mi guarda dicendomi: “Giò. Ora vedo. Vedo mio figlio. Non posso accettare che lui veda in me un uomo che preferisce ammalarsi che farsi rispettare”.

Finalmente trova il fuoco che lo anima per manifestare in modo chiaro, pulito e trasparente la sua sofferenza. Chiede all’allenatore un confronto e gli dice: “Coach. So che Lei mi vuole tutelare e sono cosciente che col mio infortunio ho rischiato la carriera, ma ora sono pronto. Sono pronto a dare tutto per Lei, per la squadra, per la mia famiglia e per me. Lei mi vede in allenamento e sono sicuro che vede un uomo che non si risparmia, che è pronto ad ogni sacrificio per dare una mano alla squadra. Non ce la faccio più a marcire in panchina Coach! Ho bisogno di giocare. Sono anche disposto ad infortunarmi di nuovo stando fuori per altri sei mesi, ma voglio giocare. Serve a Lei, alla squadra e a me. Sono sicuro che non se ne pentira’. Si fidi di me”.

Il suo coach: “Aspettavo questo momento con ansia! Ora ci siamo. Hai trovato la risposta alla rabbia che tenevi dentro: testa, cuore e corpo viaggeranno a braccetto anche dentro il campo. Ora che hai trovato il coraggio di dirmelo, sei più forte”. Il coach con le lacrime agli occhi gli raddoppia le sedute di allenamento e lo fa giocare. La fiducia è ripagata da prestazioni maiuscole.

Ciò che non sopportiamo nell’altro, gran parte delle volte non fa altro che mettere in luce dei nostri bisogni evolutivi.

Ogni tanto lascia correre, sarai più libero/a, ma solo noi sappiamo quando invece rischiamo di legittimare comportamenti che ci fanno stare in una prigione dove siamo noi stessi ad entrare sbarrando la porta e dimenticando di avere le chiavi in tasca.


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