La lotta oltre ai limiti

Scritto da il 8 Ottobre 2017

Quando un atleta inizia a lamentarsi delle condizioni del campo, dell’arbitraggio, della slealtà degli avversari, rischia di non trovare più rifugio nelle proprie capacità di far cambiare le cose, trovando delle scuse che generano degli alibi per non mettersi in discussione.
Forse gli/le farebbe bene conoscere la storia di Marieke Vervoort.
Due volte campionessa del mondo di paratriathlon, si dedica solamente all’atletica leggera in seguito ad un peggioramento delle sue condizioni dovute alla malattia degenerativa di cui soffre.
Ha vinto praticamente tutto e condivide:
«Tutti mi vedono ridere con la mia medaglia d’oro, ma nessuno mi vede quando sono scura in volto. Mi alleno duramente, anche se devo lottare notte e giorno con la malattia. Poi vedremo quello che mi porterà la vita: proverò a godermi i momenti migliori». Forse sembra incredibile che una persona così vitale possa pensare di concludere, volontariamente, la sua avventura su questa terra. La sua scelta diventa comprensibile quando per un attimo si molla ogni convinzione e ci si concentra solo sul racconto della sua quotidianità: «A volte riesco a dormire solamente dieci minuti in una notte», è la sua sofferente confessione. «La cosa più difficile è dover constatare, anno dopo anno, quello che non riesco più a fare».
La disabilità della Vervoort si manifesta per la prima volta a 15 anni e la consuma un pezzo alla volta. La belga reagisce: basket e triathlon, di cui è diventata campionessa del mondo 2006 e 2007. Il suo corpo non le concede tregua. Il peggioramento delle sue condizioni la costringe a cambiare vita e passioni, a ricominciare da capo verso altri traguardi: si dà al blokarting – le gare di velocità con kart a vela – e poi le competizioni su carrozzina in pista. Il suo compagno più fidato in questi anni è il cane Zenn, che la aiuta a rendersi meno dipendente dalle altre persone e a reagire persino quando nel 2013 un infortunio alla spalla la costringe a un’operazione e a nove mesi di recupero. «Il giorno del mio funerale, voglio che tutti abbiano un calice di champagne in mano e dicano: “Marieke, qui hai avuto una bella vita ma, adesso, non soffri più”», è il suo messaggio.
Parole che sanno di consapevolezza e di speranza, ma non di certo di rabbia o di rimpianto: «Lamentarsi non serve a niente. Apprezzate le cose che riuscite a fare, e rendetevi conto della vostra ricchezza».
Oggi Marieke sta ancora lottando, fa sempre più fatica, ma una guerriera come lei per me merita di essere un esempio di cosa significa la lotta e l’amore per la vita comunque vada a finire.


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