Il filo sottile

Scritto da il 22 Settembre 2017

Ha un tumore vicino all’ultimo stadio. Pieter Hintjens, sviluppatore di software belga e CEO della società iMatix, sa di avere poche possibilità di sopravvivere al colangiocarcinoma che lo ha colpito: dà una serie di consigli a chi si trovi al fianco di un malato terminale. Hintjens spiega cosa sarebbe meglio dire e cosa no.

Parlare con una persona in punto di morte (facciamo finta che si chiami “Bob”) può essere terribilmente difficile. Queste sono le cose fondamentali che un’altra persona (chiamiamola “Alice”) non dovrebbe dire a Bob.

– «Tieni duro! Devi avere speranza, devi lottare!». Possiamo immaginare che Bob stia già lottando con tutte le sue forze. Ma se non fosse così, è soltanto una scelta di Bob.

– «È una tragedia. Sono tristissima, non morire per favore», che è quello che una volta mi ha detto mia figlia. Le ho spiegato con dolcezza che non si può discutere dei fatti. La morte non è un’opinione. Essere arrabbiati o tristi di fronte a dei fatti oggettivi è una perdita di tempo.

– «Puoi sconfiggerlo! Non si può mai sapere!», cioè il modo che ha Alice per esprimere la sua speranza. Ma le false speranze non sono medicine. Lo sono un buon farmaco chemioterapico, o un antidolorifico che ti fa rilassare.

– «C’è una cura sperimentale di cui si parla in giro». Questa è una cosa che non sopporto, e per fortuna mi è capitato di sentire solo un paio di volte. Anche se esistesse davvero una cura miracolosa, il costo e lo stress (per gli altri) di cercarla sarebbe un gesto egoista e sproporzionato. E come sappiamo le possibilità di successo sono le stesse di vincere alla lotteria. Viviamo e moriamo.

– Frasi come «Leggi questo capitolo della Bibbia, ti aiuterà» sono maleducate e offensive, oltre che inopportune e arroganti. Se Bob vorrà dei consigli religiosi, parlerà con un prete. Se non ne vuole, evita l’argomento: è un’altra offesa insopportabile.

– Evita di continuare a fare a Bob domande stupide o banali, come: «Ti ho svegliato?». Probabilmente Bob non ha voglia di chiacchierare a vuoto. Vuole che le persone gli stiano vicino fisicamente, oppure parlare di cose interessanti.

La cosa più importante però è non piangere al telefono. Se sentite che state per farlo, mettete giù, aspettate dieci minuti e poi richiamate. Le lacrime vanno bene, ma per Bob il pericolo della autocommiserazione è il più insidioso di tutti. Io ho imparato a gestire le mie emozioni, ma la maggior parte dei Bob sono più vulnerabili.

Non è questione di delicatezza: è questione di rimanere con i piedi ancorati alla realtà. Facili speranze e inutili desideri possono arrecare ulteriore dolore al malato.

Queste invece sono le cose di cui può parlare Alice per far contento Bob:

– Ripescare vecchie avventure vissute insieme: «Ti ricordi di quella volta?» Certo che mi ricordo… È stato fantastico!

– Dettagli clinici. Bob è bloccato a letto e probabilmente è ossessionato dai rituali delle terapie, del personale medico, dei farmaci e, soprattutto, dalla sua malattia.

– Aiutare Bob con le cose pratiche. Riordinare una vita è complicato: servono tante mani e teste diverse.

– «Ho comprato il tuo libro», nel caso in cui Bob scriva, come me. Non importa che l’abbiate fatto per davvero o che sia solo un modo per lusingare Bob: in ogni caso, lo farà sorridere.

La cosa più importante è non manifestare nessuna emozione che non sia la felicità, e non dare a Bob altre cose a cui dover pensare.

Nel suo blog, Hintjens offre aiuto ai genitori su come parlare ai figli e dice la sua sul tema dell’eutanasia. Secondo la sua esperienza, è importante che sia il malato sia i parenti si preparino a dovere al momento della morte. Il CEO ha avuto tempo per abituarsi: il tumore, asportato e poi ricomparso, era apparso per la prima volta nel 2010. “Ho avuto anni per prepararmi a questo momento, e il fatto di aver potuto vedere tanti progetti realizzarsi in questi anni mi lascia una grande soddisfazione – scrive nel blog -. Dal 2011 sono diventato un tiratore esperto con la pistola, ho imparato a suonare il pianoforte da autodidatta, ho visto i miei figli diventare delle persone felici e vivaci, ho scritto tre libri e ho guidato la comunità di ZeroMQ verso una serena autonomia”.

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