Un esempio che lascia il segno

Written by on 21 Settembre 2017

Giovanni Cottino: “Facevo il manager e nel 1974 ho creato la mia prima azienda, la Plaset, che faceva pompe di scarico per lavatrici e ventilatori per forni e cappe. Due anni dopo ne ho avviata un’altra, poi ne ho acquisita un’altra ancora, in modo da avere la gamma completa di componenti per elettrodomestici. Erano anni bellissimi, eravamo i più forti sul mercato a livello mondiale e in quel periodo gli elettrodomestici avevano uno sviluppo straordinario”.

Nel giro di qualche anno, il suo gruppo arriva ad avere 1.200 dipendenti e circa 250 milioni di fatturato. Chiarisce: “Oggi tutto questo non si potrebbe più fare. Ai tempi le regole erano scritte e certe, oggi non più. Poi con la lira c’era la svalutazione che ci aiutava. Ho venduto il mio gruppo a una multinazionale americana proprio con l’arrivo dell’euro, perché avevo capito che da solo non ce l’avrei fatta. Loro per dieci anni hanno gestito le aziende, poi le hanno o rivendute o ridimensionate”.

Giovanni Cottino crea la Fondazione Giovanni e Annamaria Cottino: “Con mia moglie avevamo fatto un patto: il primo che se ne sarebbe andato avrebbe dovuto creare una fondazione. Pensavo che sarei partito io per primo, vista la vita stressante che facevo, invece è toccato a lei. Così ho deciso di andare avanti con quel nostro progetto”.

La sua fondazione ha lasciato impronte visibili. Le sue erogazioni hanno aiutato a ristrutturare un reparto del San Luigi di Orbassano, a creare un laboratorio didattico per bambini ciechi o ipovedenti, solo per portare qualche piccolo esempio.
La fondazione di Cottino ha ristrutturato l’oratorio del Pilonetto, in corso Sicilia: “Abbiamo speso una cifra importante, ma vedere le facce dei ragazzi che in poco tempo sono passati da un capannone a una struttura così moderna ti dà una grande soddisfazione. Ci sono tanti giovani bravi, ma c’è una disoccupazione giovanile tremenda”, dice con sofferenza Cottino.
Un modo tangibile per aiutare è legato al premio Applico, giunto alla sua seconda edizione: un finanziamento che può arrivare fino a 100 mila euro per supportare un ricercatore nel campo dell’oftalmologia a lanciare il proprio prodotto sul mercato e a diventare un imprenditore: “Abbiamo scelto quel campo scientifico perché in famiglia e in consiglio d’amministrazione abbiamo un oftalmologo che può giudicare i progetti. Ma in futuro ci allargheremo anche ad altre branche del sapere”. La prima startup nata grazie al premio, D-Eye, permette di fare diagnosi a distanza di problemi agli occhi utilizzando uno smartphone e finora ha già rastrellato oltre 1,5 milioni di finanziamenti.

Il prossimo progetto riguarda invece il post-terremoto: la fondazione costruirà una scuola materna in un paesino delle Marche colpito dal sisma. “Un ente come il nostro aveva il dovere di farlo”, dice Cottino. A 90 anni, l’imprenditore si fa aiutare dai nipoti, soprattutto da Cristina Di Bari, vicepresidente della fondazione. La voglia di smettere è lontana anni luce: “Ho avuto tanta soddisfazione dal lavoro e ora voglio lasciare un segno. E poi uno nella vita ha sempre bisogno di qualcosa da fare”.

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